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Pino De Luca

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Pino De Luca

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16 luglio 2014

La chiave si chiama responsabilità

Chiusi e consegnati i pacchi con appositi timbri di ceralacca, sigillo su scritti che nella gran parte contengono delle colossali scemenze, oltretutto scorrette, ma a tutela della “italianità” che ci contraddistingue, Presidenti (tra cui chi scrive) e Commissari tornano a casa e si godono le meritate vacanze tranne quei pochi disturbati mentali (tra cui chi scrive) che si son dichiarati disponibili a fare i corsi di recupero.
Puntuale si apre una serie di commenti sulla scuola.
L’esperienza degli esami di stato, sempre più traumatica, e le frustrazioni di una professione al limite del guaio, impongono un momento di riflessione.
Più per autoterapia che per ipotesi di soluzione collettiva. È apparso, dunque, un bell’articolo della D.S. del Liceo Scientifico di Maglie, Annarita Corrado.
Una provocazione generatrice di coazione a ripetere. Ma solo perché comune destino ci ha coinvolti causando differenti sensazioni.
Le questioni che la Dirigente lascia sullo sfondo vorrei portare in foreground, poiché in quella visione gli attori mi sembrano un po’ lontani dal contesto.
Del tutto evidente che il riferimento è alla scuola secondaria superiore.
Principiamo dal futuro: la sua ineluttabilità quantitativa è cosa accertata.
Non altrettanto l’evoluzione qualitativa. La sua visione è fondamentale per la scuola, strumento principe per provare a definirne le tendenze. Son trent’anni che questa società prova a “tenere la scuola al passo con i tempi”. Fallendo miseramente ogni tentativo. E ogni volta cercando un responsabile per questo fallimento. Santa ignoranza. La scuola non può, non potrà mai “essere al passo con i tempi”. O essa è conservatrice e reitera il passato come valore immutabile, o è rivoluzionaria e non si adatta al futuro ma lo edifica.
Sia ben chiaro che entrambi i modelli sono legittimi ma sia altrettanto chiaro che non si può chiedera alla scuola di farsi carico di non si sa bene cosa …
Di vivere come la corsa tra Achille e la Tartaruga. È fondamentale il ruolo di docenti, personale, studenti e compagnia cantando, ma lo è assai di più sapere che cosa si vuole dalla scuola.
Cultura è conoscere La Secchia Rapita o scaricare velocemente delle App’s sullo Smartphone?
Studiare Crisippo o le canzoni degli Abba?
Le invettive di Marziale e Giovenale o quelle del Blog di Beppe Grillo o di Piovono Rane? L’Italia ha deciso, da tempo, di volere un popolo ignorante.
Ne testimoniano gli investimenti sulla cultura e la formazione e il ruolo della conoscenza nella definizione della posizione sociale.
E l’assegnazione delle massime responsabilità a soggetti che con la scuola hanno avuto sempre un rapporto conflittuale. Far dei nomi sarebbe come sparare alla Croce Rossa, ma da “Romolo e Remolo” e “del tunnel dei neutrini” ne son piene le cronache.
Ovviamente l’ignoranza è equamente distribuita con qualche punta che sfocia nella pura idiozia.
Uscirei quindi dalla diatriba tra autoassoluzione e cilicio, tra empatia e freddezza. La scuola è specchio di società ed i virgulti devono essere avvezzi a conoscere entrambe le esistenze.
Son certo che alcuni colleghi dovrebbero essere licenziati in tronco, ma non tanto e non meno di poliziotti, medici, farmacisti e appartenenti ad ogni categoria. In ogni settore vi sono persone che conoscono o fanno finta di conoscere solo il giorno della paga e tutte le scuse per non lavorare.
E lo hanno imparato a scuola. Il punto dolente è allora in una parola: responsabilità. Dove si insegna? Dove se ne definisce l’importanza? La nostra meravigliosa costituzione garantisce la libertà di insegnamento e il diritto all’istruzione.
Diritti da tutelare e rafforzare. Ma nella medesima carta vi è un richiamo continuo alla responsabilità, personale e collettiva. Comunque la si pensi, la scuola non può fare a meno della responsabilità. Proprio la difesa dei diritti la richiede, i diritti vanno difesi da chi tenta di negarli ma anche da chi ne abusa.
Facciamo un esempio: poniamo che il mio insegnamento si occupi di informatica. Poniamo che io abbia grande amore per il teatro.
O io sono in grado di coniugare i due aspetti oppure è necessario che qualcuno mi consenta certamente di fare teatro, ma DOPO aver fatto informatica e non INVECE.
E che la conoscenza di Goldoni (o la sua ignoranza) non si ripercuota sul profitto di Informatica.
La Dirigente sa bene, se mi legge, di quanta attenzione, almeno burocratica, si ponga nelle attività extracurriculari e di quanto blanda sia in quelle curriculari. Basta leggere le programmazioni didattiche di inizio anno e quelle dei progetti posti a finanziamento. E qui mi fermo.
Responsabilità dunque per ciascun attore.
Legata all’uguaglianza, comprendendo che tutti abbiamo il diritto di volare, ma c’è chi ha le ali ed è un fuscello e chi, invece, pesa due tonnellate e calza i cingoli.
Legata alla conoscenza, l’ascensore sociale deve rendere possibile al figlio di un operaio la carriera di avvocato, medico o filosofo. Ma è altrettanto naturale che il figlio di un medico, di un avvocato o di un filosofo diventi un buon operaio. La conoscenza non è né ereditaria né per contatto. Purtroppo lo sono le conoscenze, ma queste si acquisiscono per altre vie …
Potremo uscirne? Il problema è assai probabilmente NP-Completo, ma prima di studiare Vinay Deolalikar a scuola ne trascorreranno di anni .. Mi accontenterei che fosse condiviso almeno Dante:
“Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza".

(Pubblicato sul Nuovo Quotidiano di Puglia il 16 Luglio 2014 - P. 1)


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permalink | inviato da #pinodeluca il 16/7/2014 alle 6:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



7 luglio 2011

Bertoldo anche io

Incombe cupo un cielo da temporale estivo, un mal di testa insistente lo accompagna. SI scatena la bufera, l'acquazzone, la tempesta. In pochi minuti un vento possente spara secchiate d'acqua sulle finestre che gli si oppongono. Dalla verandina trasparente mi godo un piccolo esempio della potenza della natura.
È luglio, il principio di luglio che mi regala, per quest'anno uno spettacolo che adoro.
È luglio. Il principio di luglio. Il sette. Il mio ultimo giorno di colloqui d'esame di stato si è consumato. Un altro impegno incombe. Sono le 13.30, stiamo per terminare l'ultimo candidato che, faticosamente, esala le ultime parole di un dialogo costruito a interesse zero. “Non bisogna bere il mare per capire che l'acqua è salata” si sostiene saggiamente intorno al fulcro che temporaneamente rappresento. Forse è vero, forse è eccessivo dedicare tanto tempo per cercare qualche forma di vita in nozioni alle quali nessun tempo è stato dedicato, ma abbiamo davanti una persona che, per quanto priva di interesse per lo studio ha diritto allo stesso interesse di chi ha studiato. Persone diverse e tutte persone, qualcuna che ha raggiunto un gradino verso la sua meta, qualcun'altra delusa nelle attese altre ancora, tantissime, ad un bivio che s'allontanerà definitivamente dal cammino fin'ora percorso.
Mi lasciano la bocca amara questi esami, non per le innumerevoli mancanze dell'istituzione scuola, non per gli innumerevoli capricci di cui ciascuno di noi è capace appena investito da un lembo di potere, nemmeno per il caldo afoso di questi giorni.
Ho la bocca amara perché nei ragazzi, in gran parte, ho visto occhi spenti, letto la sensazione di aver perduto del tempo, percepito un rifiuto del baraccone che a nulla è servito, che ha sempre chiesto tanto senza mai chiedere conto, che ha riservato sermoni e paternali senza mai provare a dare un senso alla vita, una speranza alla conoscenza, una gioia da portare a casa.
Ho la bocca amara perché mi sento impotente, perché quei ragazzi hanno ragione, sono stati blanditi, giocati, illusi da mille luminarie e cento specchietti. E lasciati soli con i loro mille bisogni indotti e pochissime possibilità di realizzarli, in una società capace di riempire gli scaffali di merce che promette la felicità e i marciapiedi di persone che son li a guardare le vetrine con le tasche vuote. E vent'anni di mitologia di una scuola che serva, di insegnanti che, in cambio di un pugno di cartamoneta aggiuntiva, hanno rinunciato al ruolo di intellettuali per diventare formatori, hanno prodotto solo e soltanto una scuola serva. Una scuola che non insegna più a conoscere per disobbedire, imparare per mettere in discussione, ma solo a “determinate abilità che possano aiutare l'inserimento del mercato del lavoro”, come se un mercato del lavoro esistesse per davvero, come se le parole di Mario Capanna, splendide, potessero davvero esser lume d'altro cammino.
Non ho commenti da fare Antonio caro, le parole belle son terminate, altri ci chiesero di lasciare la nave per scalare montagne, pifferai magici ne abbiamo conosciuti. Guardiamoli con grande simpatia anche quando dicono cose che sono roba da seconda elementare, in fondo son bravi e magari l'ingenuità ha qualche speranza di vincere. Noi che abbiamo percorso i mari in tempesta e in essi ci troviamo a nostro agio, continueremo a domandarci per quale oscura ragione alcuni ingenui diventano ricchi e famosi e altri, altrettanto ingenui, restano dei morti di fame. Eppure camminano sulla medesima strada.
Son qui, in bermude e canotta, di fronte a questo fido compagno al quale raccontare le mie stolte illusioni, ad attendermi una serata bellissima in un luogo d'incanto di natura. Un rifugio, per respirare “toda joia toda belleza porque se no me muero” senza pifferai, magari con un buon trombettiere, che le catene son pesanti da tirare e l'energia non é più quella d'un tempo.
E non abbiamo insegnato nulla, abbiamo continuato a narrarlo questo mondo invece di coniugarlo, forse paghi o forse solo sciocchi, abbuffati di aggettivi e arruffati nei verbi, e ora tutto ci torna addosso. Vomitato.
Ma abbiamo imparato che non possiamo abbandonare la lotta perché alla lotta apparteniamo, e continueremo, in memoria di Bertoldo, perché “la Terra non si può inchinare alla Terra”.


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permalink | inviato da pino de luca il 7/7/2011 alle 19:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



3 luglio 2011

Abili e disabili

Il vero problema non è la disabilità, anzi la disabilità non è nemmeno un problema, è solo una parola monca. Disabile in sé non ha alcun significato, è come dire abile. La trasmigrazione del pensiero associa le parole con attributi di valore.

“Costui è disabile” ha una caratterizzazione di giudizio che dal punto di vista semantico è assolutamente apodittica. “Costui è molto abile” o “Costui è poco abile” son sempre affermazioni senza alcun significato specifico.

Per definire l'abilità, e quindi la disabilità, occorre aggettivare in modo specifico, solo la definizione costituisce meto di giudizio compiuto.

Sicché “Costui è inabile a scalare una montagna” implica che non stiamo parlando di un buon alpinista, inducendo un metro di giudizio negativo in un contesto, ininfluente in tanti altri.

“Costui è molto abile a rubare i portafogli sugli autobus affollati” indica un borseggiatore professionista, soggetto che per qualcuno può certamente essere indicato come esempio da seguire ma che, in generale, non dovrebbe appartenere alla pletora dei comportamenti degni di lode.

Persone mediamente abili nella logica sapranno cercare e trovare moltissimi esempi per spiegare il concetto.

Paradossalmente coloro che si ritengono “abili” fanno una estrema confusione tra i “costrutti sociali” e le leggi di natura. Ad esempio coloro che seguono il PEI hanno una certificazione delle competenze, mentre i “normali” sono affrancati da questa incombenza e associati alla “auerea mediocritas” le cui scale son definite da punti numerici che semplicemente “semplificano” educando al concetto di massa informe e gerarchizzata da codici interni. L'abile scompare diventando un sessanta, un ottanta financo un cento ma perde le abilità certificate, semplicemente perché nessuno è in grado di farlo per la semplice ragione che delle abilità da certificare ne possiede solo alcune …

Abbiamo esaminato un sordo profondo, non segue il PEI e parla con la voce metallica tipica di chi quel suono conosce. Didascalico, completo e, ovviamente, incapace di cogliere connessioni tra discipline che appartengono a piani differenti. Non si potrà mai chiedergli di descrivere l'emozione come il canto del grillo di una notte di mezza estate, ma nell'eseguire dei compiti con efficienza e accuratezza non avrà rivali se ne ha volontà.

Ho esaminato un candidato presentatoci come “eccellente”, lo ho esaminato personalmente con un colloquio come dovrebbe esser fatto, rilevando una preparazione a macchia di leopardo con veri baratri nella conoscenza di alcune discipline. Abilità certificabili nessuna, potenzalità nella norma. Per non deludere i presentatori gli ho dato il massimo, sperando che i colleghi comprendano che l'effetto alone è ineliminabile ma non può essere determinante, che l'attribuzione di un valore diventi indipendente dal grado di somiglianza del valutato con il valutatore. Bisogna sempre guardarsi dalla tentazione dell' ecco, io, per esempio … Il tremendo Narciso che s'annida nelle nostre viscere ci fa credere davvero di essere degli esempi, ma per l'appunto il Narciso è nelle viscere, noi dovremmo ragionare con la testa, specialmente se ci riteniamo normodotati o, peggio, in qualche cosa abili.

Ognuno sta solo sul cuor della terra, trafitto da un raggio di sole. Ed è subito sera.


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permalink | inviato da pino de luca il 3/7/2011 alle 8:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


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