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Pino De Luca

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Pino De Luca

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25 settembre 2015

Pensando a Don Gallo

Non ho rinunciato a lottare per cambiare il mondo, ho solo fatto i conti con la mia paura.
E ho scelto di rinunciare alla violenza e alle armi solo perché ho paura.
Non mi perdonerei mai se solo un innocente morisse per mano della rivoluzione, la rivoluzione morrebbe con quel sangue innocente.
E dunque se ho paura non è certo del mio sangue, ma del sangue dei colpevoli del sangue innocente.
Perché di sangue ne scorre fin troppo, maledetti potenti, maledetti servi dei potenti e maledetti ipocriti che fate finta di non vedere, sentire, odorare ma poi vi voltate dall'altra parte.
Ogni giorno stille di sangue prelevato dalle vene di chi il sangue lo ha sempre offerto.
Tanti anni fa Menenio Agrippa arringò i lavoratori spiegando loro che gli arti lavorano e lo stomaco digerisce e che gli arti devono lavorare perché lo stomaco possa nutrire tutti. E la plebe, ignorante ieri come oggi, applaudì e tornò a spaccarsi la schiena. Gli arti ingozzano lo stomaco e i plebei ad ingozzare gli agrippini.
Ma dove e quando abbiamo deciso chi sono gli arti e chi fa lo stomaco, come e quando abbiamo deciso che lo stomaco mangia filetto e gli arti bucce di cipolla?
Mi ritornano le tue parole caro Don Andrea: "Se assisto i poveri mi chiamano cristiano, ma se domando perché sono poveri mi chiamano subito comunista."
Di Papa Francesco saresti contento almeno un po', ne sono certo.
Per ora io non posso che fumare un toscano e ricordarti con affetto.




permalink | inviato da #pinodeluca il 25/9/2015 alle 11:2 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



19 novembre 2014

Momenti

Son qui a scrivere un pezzo per gratificare i miei lettori di Vinoway e ad impostare la pagiana di venerdi per il Nuovo Quotidiano di Puglia. Solo. Di una solitudine avvolgente, nemmeno dolorosa, sospeso nel nulla e con il nulla a confrontarmi.
Non mi manca l’ispirazione, no, farò un eccellente lavoro, lo so, lo sento. Confrontarmi con il cognac e con la vita di vignaiuoli e cantinieri rimette le mie piccole cellule grigie in movimento, le fa ruotare in vortici coordinati. Lo so che farò un buon lavoro, meriterò anche qualche complimento che fa sempre piacere, susciterò qualche invidia e anche qualche ammirazione.
Ma il nulla resta li, impalpabile, si fa attraversare lasciando l’illusione che finisca. E ogni passo nel nulla porta in un nulla ancora più profondo.
A che serve camminare se il nulla assorbe ogni energia?
Educazione, odiata a volte. Non possiamo bere tutto il vino del mondo ma è nostro ineluttabile dovere provarci. Ed è ineluttabile continuare a camminare, andare avanti sempre. Anche se fosse dimostrato che il nulla è infinito e che ogni passo è fatica sprecata, che tornare indietro è ancora possibile.
È stupido fermarsi nel nulla e se tornassi indietro a rinnegare il mio cammino mi vergognerei con me stesso.
Nel nulla io ci cammino dentro, verso est. Per dimostrarmi che sono altro dal nulla, non so bene che cosa ma diverso dal nulla. E vado avanti. Nel nulla. E nulla sarà capace di fermare i miei passi.




permalink | inviato da #pinodeluca il 19/11/2014 alle 13:0 | Versione per la stampa



21 giugno 2014

Le storie di Santino, professore di nulla

Circolare numero quattro: ...omissis... si rammenta che a seguito della CM numero a caso, dell'OM numero a caso e delle sentenze, dei suggerimenti, dei chiarimenti e delle interpretazioni autentiche, non si possono portare i telefonini a scuola.
Una grassa risata segue la lettura di questo esaltante esempio di idiozia burocratico-ministeriale che continua a circolare, come le hoax nella rete, all'interno delle aule di scuole 2.0.
Frutto delle fantasiose allucinazioni di ministri marziani e sedicenti tecnici della formazione.
Spesso la si legge mentre gli allievi messaggiano, giocano, sono sui social forum e cinguetta un twitt dell'ultima amante del prof. che legge distratto.
"Sarebbe ora che gli smartphone fossero acquistati in stock e distribuiti a tutti gli alunni della scuola in modo da superare il digital divide che rende obbligatorio il bullismo tra chi cambia iphone ad ogni svolazzo della mela e chi si porta dietro da anni un 3210 da venti euro.
E che fossero usati per fare didattica in modo nuovo, con strumenti nuovi.”
Questi pensieri si affollano nella mente di Santino, professore di Liceo abituato al cambiamento da una vita complicata che non gli ha mai regalato nulla se non successioni di problemi da risolvere. Sembra passato un millennio da quando, ragazzino, rimaneva solo a pensare nelle lunghe mattine d'estate.
A fine maggio, terminata una scuola fatta di poesie a memoria, conticini, riassunti e manolate, cominciava la lunga vacanza estiva. Niente mare, solo salutare campagna. In quei sette ettari lasciati a gerbido dal nonno paterno dove, per sentirsi meno solo, accompagnava una cinquantina tra pecore e capre insieme al fido Blek e ai sostanzialmente inutili Remo e Oscar.
Il professore delle scuole elementari aveva preso in gestione la piccola biblioteca del paese e gli passava, di nascosto, i libri d'avventura. Santino li divorava seduto sotto l'albero di fico dopo essersi preparata un po' di pampanella. Stevenson, Grimm, Kipling, Scott, London, Farmer, Verne, Asimov, Calvino, e poi Bulbakov, Dostojevskj, Hugo, Dumas e tanti altri erano i compagni di estate di Santino mentre Blek si occupava di tenere la mandria nei confini e gli altri due cani passavano il tempo a ciondolarsi o a prendere il fresco.
E la scuola s'attendeva, con la sua possibilità di cambiare vita, di incontrare coetanei, di provare a condividere brufoli e sogni. Ma la scuola era difficile, escludente per chi portava addosso odore di formaggio, non aveva dischi, motorino o doti estetiche ragguardevoli. Per chi non aveva telefono, ignorava la tv dei ragazzi e non suonava la chitarra. Era complicato essere invitato ai compleanni o a feste similari.
Ma lo zio carabiniere gli aveva detto “studia e vedrai che il mondo ti sembrerà diverso, lo vedrai con occhi nuovi e, se sei bravo, pensa che puoi pure diventare maresciallo.” Quanta distanza tra Santino e i suoi compagni di classe, ma quella distanza è nulla di fronte al divario tra l'alunno Santino e gli alunni di oggi. Nemmeno quarant'anni per convertire un popolo intero. Ieri manolate per zittire le domande di chi puzzava di formaggio, oggi nulla per insegnare il niente. In mezzo una vita sprecata. La scuola dovrebbe produrre cittadini, ma il datore di lavoro ha bisogno solo di idioti consumatori. La scuola dovrebbe addestrare alla società ma il datore di lavoro ha bisogno solo di mercato. Santino non puzza più di formaggio, forse, ma si sente sempre più spesso come Blek, costretto a tenere la mandria mentre i Remo e gli Oscar cazzeggiano sotto il fresco degli alberi.

(Le storie di Santino sono una sequenza di piccoli racconti che ho pubblicato su un piccolo giornale locale, Il Giornale di Torre, diretto dal mio amico ANtonio che saluto con affetto. Li riprendo perché li trovo molto divertenti ...)


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permalink | inviato da #pinodeluca il 21/6/2014 alle 18:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


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