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Pino De Luca

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Pino De Luca

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22 ottobre 2013

Primarie a Brindisi

Gigi Rizzi sembra il nome di un personaggio dei fumetti, e lo sembra per davvero: alto, allampanato capelli sale e pepe e occhiali spessi, vestito elegante e sorriso franco.
Gigi Rizzi è un personaggio impegnato in politica, dalla parte dei perdenti e già, solo per questo,  mi sta simpatico. E poi la curiosità di conoscerlo, vuoi mettere?
Per questa ragione una sera di ottobre prendo la macchinina e vado a sentire i tre candidati alle primarie per la carica di Segretario Provinciale del PD a Brindisi.
Sala del Comune, la più grande, intitolata a Mario Marino Guadalupi. Tavolo per cinque: tre candidati e due giornalisti. Mi aspettavo le folle e invece siamo trenta in tutto, compreso un simpatico quattrozampe. Le domande scorrono in una atmosfera surreale, Fabio e Lucia, giornalisti veri, fanno domande vere mai con cattiveria.
I tre funamboli parlano in modo strano, sono volenterosi ma si trovano nella singolare situazione di volere chiedere consenso ad un partito che non c'è, almeno fisicamente. Si conta una manata di antichi, di quelli che la politica è il mio pane quotidiano ma che non hanno mai contato nulla anche quando portavano i gradi più alti. Personaggi che hanno sempre rispettato le "compatibilità" per un bene superrimo che non è mai arrivato.
Ed eccoli i giovani virgulti a illustrare e promettere un distacco netto da un modello di sviluppo e da una politica. Parole che tutti sarebbero ben pronti a sposare.
Dimentichi però. Ma quel modello di sviluppo e quella linea politica a cui intendono opporsi non è quella di ieri e di adesso del Partito che vorrebbero dirigere in prima persona?
Sono tenerissimi, sembra che chiedano al pubblico di fare qualcosa invece di dire cosa loro faranno per rimediare alla caterva di sciocchezze che il loro partito ha fatto nell'ultimo ventennio in questa terra.
Tre possibili segretari provinciali o troppo astuti o i tipici sudari puliti. Da usare, inutilmente, per ricoprire salme ormai troppo marce, riconoscibili dall'insopportabile fetore che emanano ad ogni zaffata di vento.
Su CDR e TAP si tocca il massimo. Sembrano arrivar da Marte, che pensino per davvero che le opere colossali come quelle energetiche siano cose che si progettino così, alla rinfusa, nella logica del "poi si vede". Incredibile che chiamino "disattenzione dei gruppi dirigenti" la distruzione di un territorio distrutto con l'assenso, la complicità e il protagonismo dei gruppi dirigenti, messi la a far da dirigenti proprio perché quelle politiche si attuassero. E costruendo redditi e carriere sul signorsì, la clientela e l'opportunismo.
E ancora a chiedere, non si sa bene a chi, di "guardare le proposte politiche senza chiedersi chi c'è dietro". L'unico, per ragioni forse di età o forse di vantaggio mediatico, ad avere parole di una certa credibilità è il Maurizio Bruno, renziano della prima ora. Anche lui costretto, non per propria sponte, all'abbraccio mortale di uno dei cadaveri politici più fatiscente che, da grande opportunista, è pronto a cambiar tutto perché nulla cambi. Ci ha provato Maurizio Bruno a respingere la morsa ma, per davvero, è assai difficile che un Generale senza esercito riesca a scalzare dei capibastone di lunga pezza e applicare quello statuto che ha ingenuamente letto in pubblico. Quello statuto che non ha saputo render conto di alcuno dei 101 dalmata che affondarono Prodi alla Presidenza della Repubblica e ci regalarono il "Governo delle Larghe Intese" detto anche Alfetta.
I due ragazzi, il Cuperliano Giuseppe Tagliente e la Pittelliana .Anna Maria Scalera, sembrano più dei giovani speranzosi che la politica dia delle risposte ai tanti perché delle loro personali domande, piuttosto che dei conducator capaci di dare una linea unitaria ad una provincia così articolata come quella di Brindisi.
Si fossero fatti raccontare dai loro sostenitori che cosa è accaduto mentre crescevano almeno sarebbero stati più informati. Messi così, con il culo a tramontana, hanno la credibilità del pupazzo che deve spaventare i passeri in mezzo al campo di grano. Mentre le faine fanno razzia nel pollaio.
E Gigi Rizzi se la ride, lui sostiene Civati e organizza i dibattiti in una provincia nella quale Civati non ha nessun candidato. In questo surreale gioco delle parti di un congresso a rovescio che prevede i segretari provinciali e non ci ha ancora detto, il PD, se le province intende mantenerle oppure no.
Meno male che dopo, al Gruit, con Carlo, Francesco, Fabio, Salvatore e Francesca abbiamo avuto occasione di affrontare temi più concreti. E di chiudere con una eccellente Porter profumata di spezie e di caffé.
E la politica è come la birra. Ambedue sono belle storie. Ma c’è birra e birra, politica e politica. Se il pub è sempre pieno vuol dir che la birra è buona e di buona politica si discute. E se un circolo è vuoto? Sarà cattiva la politica e di cattiva birra si potrà parlare.




permalink | inviato da pino de luca il 22/10/2013 alle 20:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



9 agosto 2013

Ceglie 2 ...

Si è colorata di mille e una tinta la vicenda del Ceglie Food Festival. Come sempre accade quando le vicende territoriali coinvolgono scelte politiche ed esigenze di business si intersecano innumerevoli dendriti dettate da innumerevoli ragioni, non necessariamente tutte pregne di nobiltà.

A colpi d’ascia, e a beneficio di chi ha perduto le puntate precedenti, quello che è accaduto è molto semplice: il turismo è una industria che vale tantissimo per il nostro territorio, il turismo è una industria e come tutte le industrie ha un impatto sociale e civile oltre che economico, se ilturismo è valorizzazione del territorio, dei suoi prodotti materiali e immateriali, è ragione di crescita e di sviluppo altrimenti è solo occasione per alcune aziende di fare business, ovviamente assolutamente legittimo e legale, ma che allo scrivente e a qualcun altro non garba per nulla. Le ragioni le spiegammo per tempo: il business del turismo lascia solo macerie del territorio, basta osservare il Kenia o le Maldive. Si arricchiscono le imprese che ci fanno business ma kenioti e maldiviani sempre servi restano.

Il turismo pugliese ha di fronte numerose opzioni (ancora per poco), diventare industria seguendo vocazioni territoriali e sviluppandole e modernizzandole secondo le esigenze dei flussi turistici o farsi terra di rapina per gli shark del turismo da villaggio fotocopia? Noi propendiamo per il primo stradone sapendo che è ispido e faticoso ma porta ad un futuro meraviglioso. Il secondo è da locuste …

Nel luogo sacro del turismo enogastronomico della Messapia il Ceglie Food Festival è stato affidato, con procedure sulle quali non tocca a noi sindacare, ad una azienda e ad una associazione.

Gli strali e i tuoni che hanno oscurato il cielo cegliese derivano dal fatto che gli chef cegliesi sono stati completamente esclusi dalla manifestazione.

Io credo, lo ribadisco, che è stata una pessima pagina scritta sia dalla Amministrazione Comunale che dal movimento enogastronomico cegliese: aprire una divaricazione implica che qualunque barracuda che vive di fondi pubblici si possa fiondare nella riserva e fare strage.

Per inciso sono persuaso che l’azienda aggiudicataria farà una ottima manifestazione e drenerà i fondi con pieno merito, almeno lo si spera. Ma non è questo il punto. Il punto è che il Ceglie Food Festival non può essere un traguardo di un percorso nel quale concentrare la possibilità di drenare denaro ai turisti, ma il punto di partenza di un percorso che faccia ricadere su Ceglie il suo impatto economico e di Brand per i restanti 364 giorni dell’anno, che allo sviluppo del turismo sia associato quello dell’agricoltura,dell’industria della trasformazione, della zootecnia, del caseario e di tutto ciò che intorno a questo ruota.

La situazione adesso è la seguente, per chi non lo avesse compreso: una città intera ha lavorato per un anno per far cogliere i frutti aduna impresa capace di raccoglierli …

Spero che queste parole siano capaci di convincere i maestri dell’enogastronomia cegliese a mettersi insieme affinché, subito dopo il Ceglie Food Festival, si possa giungere ad una sorta di Stati Generali del turismo Cegliese e, approfittando anche della scuola di cucina, ritrovarsi insieme al Sindaco Luigi Caroli a ragionare su una visione organica dell’immenso patrimonio immateriale di Ceglie Messapica nel campo enogastronomico.

Io sono certo, certissimo anche per averlo, come dire,sollecitato e verificato, che il Sindaco non si sottrarrà ad un confronto anche serrato sulle cose da fare per il prossimo anno. Perché sottrarsi a questo confronto sarebbe un danno indicibile non solo a sé stessi ma anche all’intera città e all’intero territorio messapico che, si rammenti, da Ceglie giunge ad Ugento …

Son certo che mi attirerò accuse di provincialismo e di autarchia, in realtà non me ne importa nulla ma dico da subito che dalla mia visione sono idee lontanissime. Tanto lontane che non solo trovo gradevole l’ospitare culture differenti e sperimentazioni anche ardue, ma mi piacerebbe che anche Ceglie fosse in grado di partecipare ai bandi di Venezia, Macerata o Parigi e come chef di altre realtà possono far valere la loro competenza al Ceglie Food Festival possa accadere anche il contrario. Non per nulla: in tema di conoscenze, capacità e competenze la nostra figura positiva la possiamo fare ovunque.

Attendo risposte, con osservanza pino de luca (goloso).


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permalink | inviato da pino de luca il 9/8/2013 alle 17:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



3 agosto 2013

Ceglie 1

Il business del turismo gastronomico in Salento, ed in Terra di Brindisi in particolare, ha preso forma.

Purtroppo lo sta facendo nel peggiore dei modi, arruffato nelle mani di alcuni carissimi amici che sonno molto di business e pochissimo di enogastronomia e, attraverso ogni via, perseguono la realizzazione di profitti impipandosene allegramente di regole, storia, territorio, tradizioni e cultura.

Esponenti di quella politica di seconda fila per i quali “l’importante è far girare il denaro”, aggrovigliati negli enti erogatori e con le giuste amicizie scambiano per capacità imprenditoriale una semplice attività di rapina e di impoverimento del territorio.

Magari non lo fanno per cattiveria o per malignità, semplicemente appartengono alla categoria degli uomini-locusta, passano, divorano ogni cosa e desertificano.

Scrivemmo per tempo che il turismo può essere la più inquinante delle industrie perché inquina la cultura e financo l’anima. Uno degli esempi di format, mi spiace dirlo, è stato il Negroamaro Wine Festival di Brindisi: accozzaglia di millanta espositori e di milllanta visitatori più in una visione fieristica e di sagra che di valorizzazione dei prodotti del territorio e del territorio medesimo.

Tacemmo perché la speranza che fosse una malanno giovanile è sempre presente e immaginammo che il giorno dopo si addivenisse a più miti consigli, ad una maggiore attenzione alle poche e semplici parole che capita di scambiare. Ed invece la sordità incombe fino a pervadere il tempio del turismo enogastronomico della provincia di Brindisi, fino ad intaccare il punto primario che dovrebbe essere il faro per uno sviluppo armonico e duraturo dell’enogastronomia: Ceglie Messapica.

Leggo con profondo rammarico che la scuola cegliese, baluardo planetario di ieri, di oggi e di domani è tenuta fuori da bandi banditi e stento a credere che Luigi Caroli, persona verso la quale ho avuto e ho il massimo rispetto, si faccia coinvolgere in uno stravolgimento storico che non ha nulla di rivoluzionario se non semplice vandalismo.

A chi giova tener fuori la storia di Ceglie? Per quale ragione si propinano queste scelte, forse che trasformare un evento in sagra produce più spiccioli? E allora vendete patatine e improbabili wurstel agli angoli della strada, aprite a hamburger e hot dog e perché no a felafé e kebab.

Tutto rispettabilissimo ed anche gustoso, ma quanto è il prezzo dell’anima?


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permalink | inviato da pino de luca il 3/8/2013 alle 17:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


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