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Pino De Luca

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Pino De Luca

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12 giugno 2014

Trattative ...

Mentre due giovani carabinieri prendevano i miei dati di patente e libretto appena uscito dalla presentazione del libro di Giovanni Fasanella, era il pensiero dominante, le mie convinzioni ne escono rafforzate.

Il palco assiso: Giovanni Pellegrino, grande avvocato, ex-Presidente della commissione stragi, ex-senatore; Mario Mori, generale dei carabinieri, ex comandante dei ROS ed ex capo del SISDE; Giovanni Fasanella, famoso giornalista d’inchiesta e presentatore del suo ultimo volume: La lunga trattativa. A moderare Ubaldo Villani Lubelli.
Le presentazioni, poco felici in verità, più che illustrare le ragioni del libro hanno illustrato le ragioni del Generale Mori tentando, maldestramente, di tesserne le lodi e aumentarne la credibilità.
Il Generale, molto teso e provato dalle vicende giudiziarie, e quindi comprensibilmente reattivo, è quello che ha avuto più successo: da uomo di stato non si è sottratto a nessun giudizio e da ogni giudizio, per il momento, è stato assolto. Né, ha dichiarato, ha intenzione di sottrarsi ad alcun giudizio.
Giovanni Pellegrino, un po’ fuori forma, si è lasciato prendere da un excursus storico un tantino impreciso e da una foga eccessiva nei confronti della Procura di Palermo, per altro assente se si eccettua la presenza nel pubblico di una militante delle Agende Rosse che ha avuto occasione di esporsi sul palcoscenico.
Pellegrino compie un capolavoro, citando dottamente Cristo e Dreyfus spiega che la storia non si scrive con le sentenze. Dimentica che questo vale sia quando le sentenze condannano che quando assolvono. E Mori ha appena finito di dire che lui è stato sempre assolto. Autogol.
Giovanni Fasanella, molto teso perché si aspettava una platea di storici e non di cittadini che conoscono le mafie sulla pelle, spiegando il suo approccio ha fatto osservare che la “trattativa” intessuta da Mario Mori e dal Capitano De Donno non solo è cosa normale, ma che nella storia d’Italia, da Garibaldi in poi, di trattative e commistioni fra stato e mafia ne son colmi i giorni e che le contropartite sono state ben più ampie del 41-bis alleggerito par alcune mezze calze messe in cella.
D’altra parte tutto il libro spiega bene che le stragi del 92-93 derivano da qualcosa che si è rotto nella pax tra stato e mafia.
Rimane allora disattesa la domanda sul perché l’omicidio Impastato non c’è nel libro, insoddisfacente la risposta di Fasanella, liquidando la vicenda come “uno dei tanti casi” molto istruttiva quella di Mori: non c’erano solo Obinu e Subranni a depistare …. E giù altri nomi.
L’omicidio Impastato è importante non solo in sé, come lo sono tutti i delitti, ma per il come, dove e quando. Infatti avviene in contemporanea con l’omicidio Moro, ovvero quando il rapporto Stato-Mafia vive i suoi momenti d’oro, coinvolge Tano Badalamenti, vero referente politico di Cosa Nostra, è soggetto anch’esso a depistaggio come il sequestro e l’assassinio di Moro.
Se non si inquadra in questo modo non ci resta che immaginarlo come un omicidio fatto da Cosa Nostra e “perdonabile” perché perpetrato contro quel “terzo d’Italia nemica” di cui parlò il generale Arpino allo stesso Presidente Pellegrino.
Rimane disattesa la risposta sull’agente Svetonio e sulla sua, come dire, disponibilità, a scambiare corrispondenza con Matteo Messina Denaro, latitante da sempre attuale capo della Cosa Nostra. Eppure Svetonio fu assunto al SISDE quando lo comandava il Generale Mori.
Ma non si possono certo chiedere risposte, tutte le risposte, ad un Generale dei Carabinieri, ad un Giornalista e ad un ex senatore. Già ne hanno date tante, forse troppe.
Risposte che spesso non vogliamo ascoltare:Luciano Nicoletti, Andrea Orlando, Lorenzo Panepinto, Mariano Barbato, Bernardino Verro, Giorgio Gennaro, Giovanni Zangara, Giuseppe Rumore, Alfonso Canzio, Nicola Alongi,Paolo Li Puma, Croce Di Gangi, Paolo Mirmina, Antonino Scuderi, Giovanni Orcel, Giuseppe Monticciolo, Giuseppe Zaffuto, Gaetano Circo, Calogero Faldetta, Carmelo Minardi, Salvatore Varsalona, Pietro Ponzo, Vito Stassi, Giuseppe Compagna, Domenico Spatola, Mario Spatola, Pietro Spatola e Paolo Spatola, Sebastiano Bonfiglio sono tutti morti ammazzati dalla mafia dal 1900 al 1925, la loro colpa era di essere socialisti.
Poi, nel dopoguerra, cominciano a cadere i comunisti, continuano a cadere i socialisti ma comincia anche una lunga mattanza di carabinieri, poliziotti, magistrati, giornalisti, una lunga pletora di migliaia di morti.
Resta inevasa la domanda: ma se lo Stato faceva lunghe trattative con la Mafia questi morti ne erano effetti collaterali, prerequisiti o conseguenze?
In quale ambito di trattativa dobbiamo collocare l’omicidio di Carlo Alberto Dalla Chiesa? E quello di Pio La Torre? E quello di Piersanti Mattarella? E la strage di Capaci è prodromo o conseguenza di una trattativa? E da questa lunga trattativa, infine, ne ha tratto vantaggio lo Stato o la Mafia?
Mi perdonerà il Senatore Pellegrino, mi perdonerà anche il generale Mori, ma la loro osservazione sul “metodo Dalla Chiesa” e la necessità di un mutamento sociale collettivo che la portasse al successo non mi ha convinto. Ovviamente secondaria la mia idea, il fatto è che convinceva nemmeno Giovanni Falcone.“La mafia è una cosa umana, e come tutte le cose umane ha un principio e una fine. Tutto sta a vedere se quella fine si vuole. Ed è compito dello Stato, con i suoi uomini migliori e le sue energie migliori affrontare e risolver e la questione.”Giovanni Falcone non era particolarmente attratto dai “volontari dell’antimafia”, preferiva che ciascuno facesse il suo mestiere con scienza e coscienza. Ma sapeva delle lunghe trattative?
 Mi perdoneranno tutti ma io alla “mafiosità” della Sicilia non ci credo, non ci crederò mai. Che, conoscendola un poco, non posso trascurare che esiste la Cosa Nostra ma esistono anche tantissimi siciliani che a Cosa Nostra si oppongono. Forse bisogna solo convincerli a non essere comunisti o socialisti altrimenti lo Stato, dovendo scegliere, si allea con la Mafia. Certo ci avanzerebbero Don Pino Puglisi, Giovanni Bonsignore, Rosario Livatino e qualche altro migliaio di persone normali. Effetti collaterali di trattative inconfessate e inconfessabili.
E allora, ho come l’impressione che la “trattativa” di Mori, De Donno, Ciancimino, e così via, sia uno di quegli “ossi” lanciati alle torme di cani per farli azzannare e divertire, che delle trattative in corso meglio non parlarne.
Avevo ragione, la Strage di Capaci non è la causa di una trattativa, ne è una parte, un prezzo che qualcuno doveva pagare perché tutto cambiasse e tutto restasse com’era.
E se poi si è dovuto ammazzare pure Paolo Borsellino pazienza, il Ministro della Giustizia del tempo manco lo conosceva, e la trattativa doveva continuare. 
Affido all’oceano della rete queste mie parole,
io resterò sempre un’ombra e voi, voi che mentite, il sole.




permalink | inviato da pino de luca il 12/6/2014 alle 8:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



9 maggio 2013

Avevo vent'anni (scritto l'anno scorso ma ancora attuale)

E dunque è il nove di maggio, un altro nove di maggio. 35 anni sono passati da quando brandelli di carne umana furono ritrovati su un binario, in località “Feudo”, a pochi chilometri da Cinisi. Era un'ora prima dell'alba. I carabinieri fanno rapporto e scrivono:

 “Verbale di sopralluogo effettuato in località “Feudo”, agro di Cinisi, (PA), ove sono stati rinvenuti i frammenti del cadavere di Impastato Giuseppe ..., celibe, studente universitario f.c. [leggasi fuori corso] , nullafacente.” 

Il verbale viene redatto dal Maresciallo Alfonso Travali. Partecipano al sopralluogo il Maggiore Antonio Subranni e il Maggiore Tito Baldo Honorati.

Nella sentenza di condanna all'ergastolo di Badalamenti Gaetano detto “Tano Seduto” come mandante dell'omicidio di Peppino, viene più volte richiamato il fatto che “per anni, da parte delle forze dell'ordine e della magistratura si è assistito ad una opera di vero e proprio depistaggio.” Tano Badalamenti non è mai stato estradato dagli Stati Uniti per essere interrogato ed è morto in carcere il 29 aprile del 2004.

35 anni sono passati da quando, in via Caetani, fu ritrovata la Renault 4 rossa con dentro il corpo dell'On.le Aldo Moro, Presidente della Democrazia Cristiana, rapito cinquantacinque giorni prima dalle Brigate Rosse.

Su Peppino Impastato è stata raggiunta una verità giudiziaria, il braccio che simulò il “suicidio” o l'incidente fu Vito Palazzolo e il mandante fu Tano Badalamenti. Perché Peppino dava fastidio a zu' Tanu e al coacervo di interessi politico-affaristici-mafiosi che intorno a lui si era messo a ruotare. Peppino fu ucciso e i carabinieri e il Pretore tentarono di far passare il fatto come conseguenza di un attentato suicida che Peppino Impastato doveva compiere. Rimangono alcune domande insolute, il “brigadiere che cercava la chiave” come si chiamava?

E come sapeva che bisognava cercare quella chiave? E come mai un corpo maciullato e sparso in trecento metri quadrati da “4-6 chili di esplosivo da cava” lascia la chiave perfettamente pulita e a tre metri di distanza dal cratere? E, soprattutto, quale meccanismo fa in modo che nessuno faccia queste domande e rende fulgida carriera a dipendenti dello stato così poco arguti oppure infedeli?

Molte di più sono le domande su Moro, tante di più. Quattro processi, Commissioni Parlamentari, autorevoli scrittori, autorevolissimi investigatori hanno scritto molto, moltissimo. Ma molto, moltissimo rimane da esplorare. Un contributo valido, quest'anno, lo ha offerto Alessandro Forlani con il libro di testimonianze: Zona Franca ma è utile anche il libro di Marco Molinari: Governo Ombra. Delle opere di Manlio Castronuovo abbiamo già detto ...

E tra tutte le domande ve ne è una alla quale, ad oggi, ci sono talmente tante risposte diverse da renderle tutte vane: perché è stato rapito e ucciso Aldo Moro?

35 anni dopo, alle soglie della quarta repubblica, chissà se è ancora interessante aggiungere un piccolo tassello alla storia delle seconde repubbliche, che quel nove maggio, al Feudo di Cinisi e a via Caetani videro la luce. Due repubbliche gemelle: una portava in grembo una generazione di eroi e l'altra era pregna di gaglioffi.

Gemelle, come Caino e Abele, delle quali una soltanto sopravvisse chiudendo le ultime voci quindici anni dopo, il 23 maggio e il 19 luglio 1993.

Io c'ero ancora, i miei anni erano 35 e Subranni, depistatore o incapace, era diventato generale, comandante dei ROS e “punciutu” secondo le parole che l'ultimo degli eroi caduti dice alla moglie.

Poi arriva la terza repubblica con la faccia di Berlusconi, terminata nelle aule di Tribunali con ladri, corrotti e mignotte e l'Italia con le pezze al culo. Terza Repubblica morta nel cuore degli italiani anche se un coacervo di mummie, rampolli rampanti, ricattati e ricattatori vuole tenere in vita.

La quarta Repubblica ha la faccia di un comico cacciato dalla televisione per aver detto la verità e comincia con la ricomparsa del “terrorismo” a richiesta, magari di un disperato che spara in faccia ad un carabiniere sotto Palazzo Chigi raccontando poi una sua verità e lasciando, come sempre, che il potere mediatico la trasformi in un'altra.

Adesso ho 55 anni, ho capito da tempo che la verità non interessa a nessuno, o a pochi superstiti ammirevoli ma disorganizzati. Lo scorso anno me ne andai a fare lo spumone alle fragole, quest'anno ho un terribile impiccio osteomuscolare e vado semplicemente a farmi un paio di iniezioni …

P.S. In questo maggio ci ha lasciati Agnese Borsellino e ha steso le gambe Giulio Andreotti. Non credo che nell'aldilà si possano frequentare se la giustizia divina è migliore di quella di questo assurdo Paese.


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permalink | inviato da pino de luca il 9/5/2013 alle 7:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



27 aprile 2013

Di Grillo, la stampa e la borsa di Dalla Chiesa

La libertà di stampa è uno dei cardini della democrazia.Chiunque non stappi una bottiglia quando un qualunque giornale apre i battenti e non osservi un giorno di lutto quando li chiude scarseggia in sentimenti di libertà.

La libertà di stampa ha dei confini: diffamazione, calunnia,pessimo gusto e stalking sono delle estremizzazioni assolutamente censurabili per le quali, per parte mia, la galera può anche esser poco. Ma questi confini vanno tracciati precisamente, in maniera indelebile e circondati con il filo spinato, fuori da essi non è possibile tracimare ma nemmeno l’osmosi inversa deve essere possibile.

Il dentro e il fuori devono essere distinti e distinguibili. All’interno ciascuno può esprimere le proprie opinioni e la propria versione dei fatti. Ma vi è anche un altro modo di attentare alla libertà di stampa: vivere dentro esprimendo le altrui opinioni e contrabbandando per fatti delle caricature della realtà.

Nel caso del M5S si è passati dalla simpatia folkloristica fino a quando l’ambasciatore americano ha dichiarato positivo e “rinfrescante” il ruolo del M5S per passare al vero e proprio killeraggio quando un funzionario di Goldmann & Sachs ha dichiarato Grillo un “pericolo”.

Una torma di pseudo-giornalisti che fanno la “bocca del padrone” si è precipitata a prender le difese dei vincitori rispettando l’italico coraggioso costume. Il “tengo famiglia”, “sono precario”, “non mi fanno più lavorare” ha fatto presto dimenticare quel monito di Ciampi: “tenetela schiena dritta” che strappò applausi fragorosi e prolungati. Come li ha strappati il discorso di Napolitano ai grandi elettori, commossi dalla recita e tanto bravi da sembrare veri. Lasciali dire basta che ti fanno fare (o non fare).

Non devo esser io a difendere Grillo, lo sa fare da solo e non sono nemmeno del M5S. Ma se fossi disposto a morire perché chiunque sia libero di esprimere le proprie idee varrebbe anche per Grillo, non solo per Berlusconi o per Letta (zio e nipote).

E io sono stato disposto, poi mi sono accorto che la gran parte dei fruitori della libertà la ha usata per impedirmi di parlare, e allora ognuno muoia per sé se ne ha il coraggio.

Ma una sola cosa voglio aggiungere: dai miei amici giornalisti che hanno scoperto la “borsa di Carlo Alberto Dalla Chiesa” conservata nei caveau della Procura di Palermo mi aspetto una ricostruzione storica su chi furono i primi ad arrivare a via Isidoro Carini e chi fu che lasciò solo il Generale nonostante l’annuncio che “L’operazione Carlo Alberto era quasi, dico quasi, conclusa”  ….

Essa fu dichiarata conclusa con la morte di Carlo Alberto Dalla Chiesa, Emanuela Setti Carraro e Domenico Russo e forse con quelle carte della borsa che avevano a che fare con Catania, con Milano e magari anche con Brindisi, in questo intrigo inestricato ma non inestricabile che mette insieme la Storia d’Italia dalla Liberazione ad oggi passando da una sequenza di morti assassinati e targati con: Brigate Rosse, Brigate Nere, Mafie o Serial Killer molto singolari …

E carte che scompaiono e carriere che rifulgono guidate più dal ricatto che dal merito. Ma questa è una storia che non si racconta, si vive o si ignora. Nel primo caso mordendosi le labbra e nel secondo per tranquillità ed anche per occupare qualche comodo divano.

E mi vergogno perché le mie labbra sanguinano, ma chi è che vuol sapere la verità? 



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