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Pensando a Don Gallo

Non ho rinunciato a lottare per cambiare il mondo, ho solo fatto i conti con la mia paura.
E ho scelto di rinunciare alla violenza e alle armi solo perché ho paura.
Non mi perdonerei mai se solo un innocente morisse per mano della rivoluzione, la rivoluzione morrebbe con quel sangue innocente.
E dunque se ho paura non è certo del mio sangue, ma del sangue dei colpevoli del sangue innocente.
Perché di sangue ne scorre fin troppo, maledetti potenti, maledetti servi dei potenti e maledetti ipocriti che fate finta di non vedere, sentire, odorare ma poi vi voltate dall'altra parte.
Ogni giorno stille di sangue prelevato dalle vene di chi il sangue lo ha sempre offerto.
Tanti anni fa Menenio Agrippa arringò i lavoratori spiegando loro che gli arti lavorano e lo stomaco digerisce e che gli arti devono lavorare perché lo stomaco possa nutrire tutti. E la plebe, ignorante ieri come oggi, applaudì e tornò a spaccarsi la schiena. Gli arti ingozzano lo stomaco e i plebei ad ingozzare gli agrippini.
Ma dove e quando abbiamo deciso chi sono gli arti e chi fa lo stomaco, come e quando abbiamo deciso che lo stomaco mangia filetto e gli arti bucce di cipolla?
Mi ritornano le tue parole caro Don Andrea: "Se assisto i poveri mi chiamano cristiano, ma se domando perché sono poveri mi chiamano subito comunista."
Di Papa Francesco saresti contento almeno un po', ne sono certo.
Per ora io non posso che fumare un toscano e ricordarti con affetto.

Pubblicato il 25/9/2015 alle 11.2 nella rubrica Diario.

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